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Nayuko

Nayuko
“Vorrei morire per dieci minuti!”
Nayuko pronunciò queste parole guardandosi allo specchio. Era nuda al centro della stanza da pranzo del suo appartamento al quarantaseiesimo piano di uno dei grattacieli più ambiti della città. Avrei voluto poterla sfiorare, la pelle era compatta, rosea, priva di nei. Anche cercando attentamente non era possibile trovare nessuna forma di imperfezione lungo tutto il suo corpo. Non un brufolo, una smagliatura, né tanto meno segni di cellulite. I seni piccoli, i capezzoli turgidi a causa della leggera brezza proveniente dalla finestra lasciata aperta, erano l’unica cosa di quella donna ad avere una consistenza diversa. Appariva a prima vista morbida. Non potevo far altro che immaginare. Una finta magrezza era però scovabile dai fianchi leggermente pronunciati e dalle braccia leggermente tozze. Come dotato di una telecamera mobile il mio sguardo, posto in un primo momento alle sue spalle, si diresse a tutta velocità in avanti. Mi trovavo dinanzi al suo volto. Gli zigomi sporgenti, due lunghi occhi a mandorla resi ancora più spigliati dalla matita nera che le calcava il contorno, ciglia nerissime ricoperte di mascara, capelli neri, sottili, le si poggiavano sulle spalle strette e curve, il piccolo naso posto appena sopra le labbra prive di rossetto. Alzò il braccio, e lentamente aprendo la mano, piccola come quella di una bambina eliminò dallo specchio il vapore acqueo formatosi sullo stesso. Aveva fatto da poco la doccia e lo sbalzo di temperatura tra la stanza e il suo corpo caldo aveva così formato milioni di minuscole goccioline. Mi voltai, dandole così le spalle. Riflesso nel vetro era possibile vedere la città dall’alto. Luci di ogni forma, dimensione e colore affollavano tutto il paesaggio sottostante. A loro volta le luci si riflettevano nei vetri degli altri grattacieli limitrofi creando un fantastico gioco di colori, paragonabile ad un pezzetto di vetro attraversato dalla luce solare in una calda giornata estiva.
“Vorrei morire per dieci minuti o forse più. Dieci anni, risvegliarmi, rinascere e ritrovarmi in una società che non conosco, che non mi appartiene. Vorrei capire una volta per tutte cosa si prova ad essere morti.” Nayuko, era solita parlare con la sua immagine riflessa, aveva cominciato a fare quel gioco da bambina, quando il padre lavorando come operaio in una fabbrica isolata dai centri abitati, la lasciava per giornate intere a casa, sola, a giocare. E’così che Nayuko aveva incontrato le sue due migliori amiche, l’immagine nello specchio, e quando questa non c’era, la sua ombra. Si voltò, con i piedi nudi e umidi camminava lasciando le impronte sul marmo antracite del pavimento. Nuda si sedette. Il suo corpo ancora ricoperto di sporadiche gocce d’acqua lasciò la sagoma del suo sedere sul divano d’alcantara. Allungando il braccio per raggiungere la tazza di tè sul tavolino alla destra del divano, sfiorò la lama di un coltello affilato presente sullo stesso appoggio. La pelle omogenea di Nayuko si lacerò, lentamente il sangue fuoriuscì dalla ferita, scorrendo lungo tutto il braccio sino ad arrivare al centro della mano.
“Sto uscendo matta. Non sono in grado di sapere, perché il mio cuore pulsa. Per quale maledetta ragione sono nata. Se mio padre non avesse incontrato mia madre. Adesso ci sarebbero state due Nayuko, con un 50% di sangue diverso che scorreva attraverso i vasi sanguigni del loro cadaverico corpo.” Come una pellicola obsoleta, mi muovevo a scatti. Le immagini passavo attraverso i miei occhi in maniera discreta, facendo alle volte salti troppo lunghi per poterle stare dietro. Si portò la mano sporca di sangue alla bocca e avvicinando le labbra al palmo. Succhiò. Producendo un rumore sgradevole e disgustoso ancora maggiore al pensiero del sangue “bevuto”.
Accanto alla maestosa vetrata, un piccolo cubo in PMMA faceva da supporto al Lap-Top di Nayuko. Si alzò e saltellando sulle punte dei piedi si avvicinò velocemente alla finestra per chiuderla. Indossò una maglietta di cotone senza mettersi il reggiseno, la maglia doveva essere di qualche uomo passato per la casa qualche tempo prima. Era enorme, così lunga da coprirle anche parte delle gambe. Il computer era accesso e connesso in rete. Aveva lasciato che la radio di http://www.beachfm.co.jp, le facesse compagnia. Mi avvicinai alle spalle di Nayuko, stava scrivendo qualcosa su MSN messenger. Guardai meglio e riuscivo a vedere adesso chiaramente, penso che stesse chattando con un amica:
Nayuko:”Vorrei morire per dieci minuti”
Katsuki:”In che senso”
Nayuko:”Nel senso che mi piacerebbe provare la morte. Capirci qualcosa. Vivo senza sapere il perché. Tutto quello esisteva prima di me come persona e solo un immagine finta creata dal mio cervello per spiegare qualcosa che non ho potuto conoscere. Vorrei morire e ritornare in vita. Così da poter ricreare quella sensazione. Vorrei andare via e poter tornare al mondo, con coscienza e consapevolezza. Tutto avviene alla nostra insaputa.”
Katsuki:”Nayuko! Ma ti senti bene oggi. Hai bevuto o cosa. Senti ti volevo dire che tra una mezzora dobbiamo scendere. Non violentarti la mente con queste cazzate. Ti ricordi che abbiamo appuntamento tra circa un ora a Shimokitazawa.”
Nayuko:”Ascoltami, per piacere. Ma ti rendi conto che esperienza poter tornare a vivere. Dopo essere morta. Poter avvertire prima la terribile sensazione del corpo in putrefazione. Sentire il solletico provocato dalle larve e dalle mosche in continuo via vai sul cadavere. E poi. E poi il buio, comincia pian piano a svanire sino ad avere di nuovo la luce. Ma una volta in vita non devi imparare niente. Già conosci il mondo, gli uomini, non devi imparare a fare la pipì. Già sai come si fa. Vivresti sicuramente meglio dopo.”
Katsuki:”Va bene, va bene, forse hai ragione però sei pronta. Dobbiamo andare ho un appuntamento. Ricordi! Ti prego non fare tardi.”
Nayuko:”Va bene. Vado. Ciao”
Katsuki:”Ciao”
Katsuki inviò un trillo e immediatamente dopo sul video era possibile vedere Katsuki sta scrivendo un messaggio.
Katsuki:”Alle otto allora?”
Nayuko:”OK alle otto. Ciaoooooooo”
Katsuki:”Ciaoooooo. Cretina”
Nayuko con un click del mouse colpì la X posta in alto a destra sulla finestra del programma. Messenger si chiuse.
Si sfilò via la maglia. Era nuovamente nuda. Infilò velocemente un perizoma rosa, delle calze di lana colorate che le coprivano le gambe sin sopra il ginocchio. Indosso un reggiseno, una maglietta di cotone a maniche lunghe e subito sopra un maglione, lungo a tal punto da avere lo stesso effetto della maglia che aveva indossato prima. Non aveva così bisogno della gonna. Calzò delle scarpe a stivaletto. Si pettinò, formando uno strana coda con un molla fucsia. Non ebbe bisogno di truccarsi, in quanto lo aveva fatto non appena uscita dalla doccia. Adorava vedersi nuda, bagnata però con il trucco in faccia. Continuavo a guardarla, ma assorto nei miei pensieri non mi accorsi che mi aveva visto. Si avvicinò a me dicendo.
“E tu cosa ci fai qua. Su di un grattacielo. Come sei arrivata qui su.” Non ero in grado di rispondere e né tanto meno lo avrei fatto.
“Sei una farfalla. Una Ishidashijimi. Che belle ali che hai. Celesti con queste piccole figure irregolari arancione. Piccole strisce nere e violetto ti attraversano il corpo. Che bella che sei.”
Ero una farfalla ed ero lusingata. Un tempo anche io ero stato un uomo. E in realtà avrei voluto poter dire io che bella che sei. Avvicinò le mani e mi raccolse fra i due palmi delle stesse. Tracce di sangue rimaste sulla pelle di Nayuko sfiorarono la mia bocca. Avvertii una sensazione umana. Avevo voglia di rimettere. Non sapevo come sentirmi.
“Adesso sarai nuovamente libera” disse con voce squillante Nayuko. Aprì la finestra e mi lanciò fuori con tutta la sua forza. Mi voltai verso il basso non ero in grado di vedere la strada. Ero troppo in alto. Avevo paura. Avevo ragionato troppo come un uomo quel pomeriggio. Dimenticando di essere una farfalla. Non volevo andare via dalla sua casa. La vidi chiudere la finestra, prendere un cappello colorato, aprire la porta e andare via. Era giunta l’ora del suo appuntamento. Non avevo nulla da fare. Mi ero innamorato di quella donna. Era riuscita a farmi sentire nuovamente uomo. Mi avvicinai alla vetrata cercando di entrare. Non fu possibile. Mi voltai. Cominciai a volare via. Avrei voluto piangere ma non era possibile, avrei voluto gridare ma non era possibile, avrei voluto bere una birra ma non era possibile, fumare una sigaretta ma non era possibile. Pensai all’unica cosa possibile. “Vorrei morire!”