Virgilio Panarese

La fortuna non esiste è un invenzione dei poveri e dei perdenti…

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Piume

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Piume un racconto di Virgilio Panarese

Piume

Avevo camminato tanto, così tanto da percepire le vesciche ingrandirsi in tempo reale sotto la pianta dei miei piccoli piedi. Avevo raccolto un po’ di cose in fretta e furia ed ero scappata via. Avevo portato con me solo un paio di scarpe, delle ballerine fucsia ricoperte di pois bianchi. Le calze colorate a strisce cominciavano a darmi fastidio. Avevo sudato più e più volte durante la giornata e i pruriti cominciavano a farsi sentire. Avevo sedici anni e stupidamente avevo cominciato a fumare, prima un tiro, poi due, una sigaretta. Dopo poco già fumavo circa dieci sigarette al giorno.
Ero ferma seduta sullo spigolo di un marciapiede nel parcheggio di un grosso centro commerciale e tiravo dentro desiderosa che il fumo giungesse nei miei polmoni. Era orario di chiusura e mi soffermai a guardare quel posto da un punto di vista diverso. La mattina ero stata all’interno a comperare qualcosa da mettere sotto i denti, un via vai frenetico di persone, carrelli, colori, suoni, l’altoparlante che comunicava quale fossero le offerte della giornata. Un luogo vivo, pulsava energia. Quella sera come un lavoratore esausto dopo una dura giornata, il supermercato appariva stanco, desolato, nudo. Aveva perduto quel suo atteggiamento esuberante mostrato durante il giorno e finalmente spogliato dei vestiti mostrava la sua vera natura. Così tra un tiro e l’altro di una sigaretta vedevo passare sporadicamente qualche persona, personale che dopo essersi fatto la doccia faceva rientro a casa. Una signora tutta truccata con un vestitino a fiori, molto corto mi passò davanti gli occhi. Non era affatto bella, aveva in compenso un seno molto prosperoso ballonzolante all’interno del vestito molto scollato. Fantasticavo su cosa ognuno di quelle persone avrebbe fatto durante il corso della serata che stava per sopraggiungere. Pensai alla mia situazione. L’unica cosa o persona con cui riuscivo ad accomunarmi era il supermercato. Entrambi saremmo rimasti soli, senza una voce, senza un colore, senza un respiro.
Camminai lungo la stradale che dal supermercato conduce in un quartiere più centrale della mia cara città. Camminavo e le persone diminuivano a mano a mano che io avanzavo. Lungo la strada che costeggia il fiume, in lontananza, udii singhiozzare. Su di una panchina accovacciata come un uovo c’era una giovane donna. Le game tirate su sino in petto, la testa bassa poggiata sulle ginocchia ed infine le braccia a bloccare il tutto. Era scalza, rasata, seminuda. Quella donna sembrava più disperata di me e grazie a lei cancellai la mia disperazione. Così decisi di avvicinarmi.
«Ciao! Posso sedermi!» Non appena pronunciai quelle parole, la ragazza fece un sobbalzo come se fosse un coniglio, voltandosi verso di me con sguardo impaurito dalla sua schiena vennero fuori istantaneamente due ali enormi, almeno due volte la mia altezza. Erano due ali favolose, una ala nera e l’altra bianca. Pensai di aver bevuto troppo e che avessi le allucinazioni.
«Ho capito non esisti. E’ solo che ho bevuto troppo» Mentre parlavo e cercavo di convincere me stesse che stessi sognando, l’essere alato lievitava a mezz’aria con entrambe le gambe nude ed un vestitino scollato che le mostrava leggermente i seni. Quello che mi colpì maggiormente era quando fosse impaurito quella mia allucinazione. Tentennava, sembrava non sapere che fare se volar via o riaccomodarsi sulla panchina. Esitava, non riusciva a prendere una decisione sino a quando io non riuscendo più ad aspettare le tirai una pietra, l’istante dopo la donna alata era seduta di fianco a me sulla panchina, con le ali riposte dietro il poggia-schiena della panchina.
«Scusami» dissi con voce mortificata.
«Non preoccuparti in pochi istanti la ferita sarà rimarginata»
«Infatti. Nei sogni tutto è possibile» ribadii entusiasta di quanto quel sogno fosse reale.
«Non so se tu stai sognando ma io no»
Non sapevo che dire, muta come un pesce osservavo quella donna da vicino. Era stupenda, non avevo mai visto qualcosa di simile prima. Anche avendo i capelli rasati, i suo fascino e la sua femminilità non venivano intaccati di un millimetro. Una testa tonda, un viso proporzionato, un nasino piccolo-piccolo e così la bocca, direi perfetta. Il taglio degli occhi era un incrocio tra un cervo ed un orientale, il colore dell’occhio destro era grigio, il sinistro verde acqua. E infine, cerano le piume, delle piume fantastiche così lucide. Ebbi l’impressione che fossero morbidissime ma non il coraggio e la sfrontatezza di toccarle.
«Ma tu chi sei? Un’allucinazione, un scherzo della natura o cosa?» Mi permisi di domandare
«Io sono un Angelo.»
«Un cosa?»
«Sono un Angelo»
«Ma cosa dici gli Angeli non esistono. E’ solo un invenzione degli uomini»
«No, no io sono veramente un Angelo e purtroppo sono un Angelo particolare. Io sono Nemesis»
«Nemesis. Non conosco la leggenda se ne esiste una.» risposi adirata. Mi sentivo presa in giro.
«Come ti chiami?» disse con voce sensuale
«Mi chiamo Stephanie»
«Cara, Stephanie io sono Nemesis, l’Angelo dell’Apocalisse. E’ per questo che tu hai potuto vedere le mie ali e come spero avrai notato una è di un bianco candido e l’altra di un nero pece.»
«L’Apocalisse! Cioè stai parlando di quell’evento che farà fuori tutti gli uomini.»
«Si sono Io che con questa spada senza lama dove è contenuto il potere del bene e del male che metterò fine a tutto su questo mondo. Ma non voglio»
«Perché non vuoi, è il tuo lavoro e poi…» Mi fermai. Ero letteralmente bloccata, mi stavo facendo trasportare dalla situazione, direi bizzarra, fantastica ed eccezionale. Ma una terribile paura mi stava per assalire.
«Nemesis, ma sono morta? Tipo sotto la metropolitana, mi hanno sparato, violentata e derubata o cos’altro?» pronunciando queste parole alla velocità della luce.
«Non sei morta sei solo stata fortunata. Hai incontrato L’Angelo dell’Apocalisse in preda al panico. Sono un Angelo e come tutti serviamo Dio, siamo esseri incorporei ma dotati di una propria volontà ed intelligenza ed oggi dopo secoli e secoli ho compreso Lucifero. Io non posso distruggere tutto, ho in me sia il bene che il male, ho in me quello che hanno tutti gli uomini. Li comprendo, li considero e spesso li invidio.»
«Un Angelo che invidia un uomo. Ma sei pazza, ti rendi conto di che cosa figa è poter dire di essere un Angelo. Io già mi sento stra-figa solo per averti conosciuta.»
«Non voglio distruggere questo mondo, vorrei solo poter amare, avere un amico che non sia un altro Angelo. Ho subito discriminazioni da quando Dio ha scelto per me questo ruolo. Un Angelo impuro, mi dicevano. Un ala bianca ed una nera. Un incrocio, un miscuglio di bene e male, una confusione divina.»
Non sapevo che fare decisi di portarla via con me. Pensai dove potevamo trascorrere la notte. Mi ricordai che Jack avrebbe trascorso tre giorni dai suoi. Potevamo andare lì.
«Nemesi, verresti con me?»
«E dove?»
«A casa di un amico. Ma lui non c’è non preoccuparti»
«Non sono sicura di accettare, non mi è permesso di avere rapporti con gli umani. Già questa sera ho commesso un grave errore»
«Dai per piacere, solo per stanotte. Domani dopo esserti riposata e aver fatto una doccia potrai andare dove vuoi. Non posso lasciarti così, qui tutta sola e depressa. Vieni?»
«Sono l’Angelo dell’Apocalisse. Ma se tu mi preghi a questo modo non posso che accettare.»
Non appena cominciò a rilassarsi le ali sparirono come assorbite dalla pelle, anch’essa morbida e senza nessun tipo di imperfezione. Mentre camminavamo verso casa di Jack, Nemesis mi disse che il suo vero nome era un altro.
«Cara Stephanie, chiamami Nalatie. Il mio vero nome in effetti è Nemesis, ma Natalie è il nome con il quale un uomo tanti anni fa mi chiamava. Io lo amavo ma non avrei dovuto. Oggi anche se gli altri Angeli non lo sanno e nemmeno Dio in persona è ha conoscenza di questa storia, ho perduto quelli che erano i miei poteri. Non sono più in grado di distruggere questo mondo. Quell’uomo è poi morto e vivrò per sempre con il rimorso. Quando un uomo ama un essere divino o non si comporta secondo il libero arbitrio degli umani, la sua fine è terribile. Ad aspettarlo non ci saranno né diavoli né angeli ma il più temuto degli esseri, Il Nulla.»
«Diovolo! Che casino.»
«Natalie vieni che siamo quasi arrivate.»
«OK. Ricordati solo un’altra cosa. L’indifferenza è quello che devi combattere per evitare il Nulla.»
Si interruppe e poi riprese «Possiamo passare da un ferramenta?»
«Certo ma credo che a quest’ora siano chiusi.»
Prima di arrivare da Jack all’angolo mi ricordai che ci fosse un ferramenta. Mi disse che doveva prendere un ludica piume. Ero a dir poco sbalordita, ma dopo tutto quello che stava succedendo quella sera mi sembrò il minimo e la accontentai. Era entrata nel negozio come fosse uno spirito e aveva trovato quello che cercava. Mi sembrò strano ma non domandai nulla.
Entrammo da Jack, avevo le chiavi. Preparai due Jack & Cola e li versai lisci in due bicchieri. Natalie mi fece una domanda che mi lasciò stupita.
«Puoi offrirmi una sigaretta. Sono almeno 50 anni che non ne fumo una.»
Ci sedemmo fuori al terrazzino, fumavamo e guardavamo il fiume scorrere inesorabile verso il mare, ero ubriaca, melanconica ed euforica allo stesso tempo. Mi voltai verso Natalie e le stampai un bacio preciso sulle labbra. Le ali schizzarono fuori dalla schiena e fecero due battiti netti prima di fermarsi e richiudersi su se stesse.
«No. Stephanie non posso, non posso per te. Finirai a vivere nell’indifferenza, sarai inghiottita dal nulla, non posso farti questo.» La continuai a baciare e l’Angelo del male che era in lei venne fuori, non scappo via, rimasi lì trascinandomi nel nulla con lei. La denudai le accarezzai i seni, la baciavo voracemente, la abbracciai in modo che i miei seni nudi toccassero i suoi.
«Non posso amare di nuovo» questa fu l’unica frase che pronunciò prima di addormentarsi.
«Non devi innamorarti. Questa è passione, hai scoperto una cosa nuova questa sera.» una lacrima le attraverso il viso e cadendo macchio le lenzuola pulite. Una lacrima nera di disperazione. Sapeva cosa mi sarebbe accaduto. Mentre dormiva le accarezzai la schiena e le ali vennero fuori come una molla da una scatola. Fui scaraventata fuori dal letto. Lei continuava a dormire. Con un lama affilatissima le tagliai le ali. Appoggiai la testa sul suo seno. Adesso aveva un cuore. Pulsava. Ero indecisa non sapevo che fare, un raptus di follia mi stava assalendo le conficcai la lama dritta nel cuore. La uccisi. E’ così che uccisi l’Angelo dell’Apocalisse. La mattina dopo cose se fosse stato un pollo, ad una ad una le staccai tutte le piume sia quelle nere che le bianche e ci riempii il materasso e quattro cuscini. Di Natalie non sapevo che farne. La tagliai a pezzi grossi e la misi a bollire. Era un buon modo per non far sopraggiungere il puzzo di morte. Non sapendo come farla sparire la portai pezzo dopo pezzo al parco. La diedi da mangiare ai piccioni. E’ così che ho ucciso Natalie e ho scoperto che sarei finita nelle mani del Nulla.

Written by virgiliopanarese

Settembre 28, 2008 alle 12:40 am