L’albero di Natale
L’albero di Natale
Grandi magazzini colmi, stracolmi di gente. Un odore di caramello, zucchero filato, pop corn. Giganteschi alberi di natale addobbati e sparsi in giro per la città. Nelle piazze, strade, vicoli vicoletti centinaia di bancarelle mostrano milioni di oggetti grandi, piccoli, economici, costosi, colorati, luccicanti, dorati, profumati, saporiti. Tutto quello che serve per trascorrere un felice Natale. Le persone sembrano impazzite. Sono eccitate, allo stesso tempo ansiose e preoccupate. “Mi sono ricordato di tutti, ho dimenticato sicuro qualcuno, devo fare presto ho bisogno di prepararmi per stasera. E’ la vigilia di Natale”. Sono in molti a pensarlo. Se fosse possibile fare un videotape di tutta la giornata. Inserirlo nel videoregistratore, premere invio e subito dopo veloce avanti, saremmo in grado di vedere una massa indefinita di persone che si spostano all’impazzata senza una meta precisa. Fino alle sei del pomeriggio. A mano a mano che il sole tende a tramontare le strade cominciano a svuotarsi. Le luci delle decorazioni natalizie cominciano a lampeggiare. Gli alberi acquistano un aspetto più signorile e slanciato quando viene sera. Le strade dopo le sei del pomeriggio restano deserte. Sono tutti pronti a riunirsi e a trascorrere ognuno a modo suo un felice Natale.
Quel Natale decisi di rimanere in strada. Attraversavo le principali vie della città. Le strade che sino a poche ore prima erano zeppe di carne umana impazzita erano vuote. Sembrava fosse passato di lì un uragano. Giornali, carte da regalo, bottiglie di plastica, residui di bottiglie di vetro, scatole, polistirolo invadevano ogni singolo luogo della città. Mi soffermai per diversi minuti a guardare la lenta agonia di una lampadina. Era la terza da sinistra, di una lunga striscia di piccole lucine che attaccate ad un filo metallico passavano da un lato all’altro della strada. Si spegneva, tentava di riaccendersi, tremava come colpita da un brivido gelido anche lei in quella fredda serata, poi, poi dopo aver esitato per una decina di secondi riusciva ad accendersi ritornando ad essere fissa. Si spegneva nuovamente e la volta successiva i secondi per riuscire a tornare in vita si triplicavano. Sino a che non si accese più. Camminavo, pensando a cosa sarebbe stato il mio di Natale quel anno. Molto probabilmente, avrei cenato da solo, mi sarei scolato mezza bottiglia di spumante e come tutte le sere sarei andato a dormire. Mi domandavo perché non riuscivo anche razionalizzando la cosa a digerire quanto era orribile il mio Natale. Eppure centinaia di sere della mia vita, tornavo a casa, cenavo e solo come un cane attendevo il sonno. Il solo pensiero, che c’erano persone sparse un po’ in tutto il mondo felici, sorridenti, ma soprattutto in compagnia mi faceva diventare matto. Come ogni anno decisi di non pensarci. I negozi, gli addobbi, gli alberi giganteschi nelle piazze d’altro canto erano più soli di me. Protagonisti di giorno del Natale materiale, abbandonati al loro destino quella notte. Quella che dovrebbe essere la più importante e significativa. Calciavo una lattina di coca-cola vuota. Provavo a far trascorrere un altro po’ di tempo. Il rumore dell’alluminio, che sbatteva violentemente contro il suolo, rimbombava sotto i portici deserti dei grossi grattacieli, nelle serrande dei negozi ormai chiusi, squarciando come un tuono l’inquietante silenzio prodotto dalla totale assenza di vita. Continuavo la mia passeggiata solitaria. Il Natale, pensai, è una momento dell’anno che odio. Quando sono a lavoro ho sempre qualcuno da salutare, o qualcuno che mi saluta o mi deve salutare, riesco a trovare un compagno per la sigaretta, il caffé, il pranzo, la birra, l’inaugurazione di un negozio, una mostra, una prima a teatro. C’è qualcuno da riprendere o qualcosa da criticare. Puntualmente, però, restavo solo a Natale.
Per più di un ora mi fu praticamente impossibile trovare anima viva. Camminai a lungo, facevo piccole pause osservando le vetrine dei negozi ancora colme di regali e decorazioni natalizie. Mi fermai, lentamente dando le spalle alla vetrina di un grosso centro commerciale mi accomodai sul muretto della stessa, distanziando il mio sedere da terra di non più di venti centimetri. Ero triste, avrei voluto liberare l’anima da un peso gigantesco. Lo sentivo schiacciare la mia gracile gabbia toracica. Avrei voluto avere una persona accanto a me per vomitare fuori la mia insofferenza. Per troppo tempo avevo cercato di combattere, provare a instaurare un rapporto con qualcuno, ma come un orologio in grado di spaccare il secondo, puntualmente rovinavo tutto. Molte delle persone che avevo incontrato lungo la strada inesorabile della mia vita non erano pronte a subire, comprendere e condividere la mia inutile e stupida battaglia. In realtà quella sera mi resi conto che ero io a non essere pronto a subire, comprendere e condividere le loro vite. Il male non viveva fra le pareti dei loro vasi sanguigni, invece dilagava come un virus all’interno del mio esile corpo. Ero ancora una volta, solo e disorientato. Udii degli strani rumori provenire da qualche punto dietro l’angolo della strada. Come se qualcuno stesse rovistando in una grossa scatola alla ricerca di qualcosa, rumori acuti, altre volte sordi si susseguivano costantemente con intervalli di pochi secondi l’uno d’altro. Sarà un gatto o un cane pensai.
“Alla fine l’abbiamo trovato. Hai visto?” Sentii pronunciare quelle parole provenire dalla stessa direzione dove precedentemente avevo avvertito quegli strani rumori. Mi alzai e mi avvicinai allo spigolo del grosso edifico per dare un occhiata. Un corpo dotato di due teste, due toraci, due gambe e due braccia, cercava freneticamente nelle scatole di fianco ad un grosso bidone per la raccolta differenziata della spazzatura. Continuai ad osservare incuriosito ogni movimento di quel unico corpo in grado di contenere due persone. In un primo momento non domandai a me stesso chi o cosa potessero essere. Capii soffermandomi un attimo a riflettere, che doveva trattarsi di due gemelli siamesi. Indossavano uno strano abito ed entrambe avevano un grosso cappello poggiato sulla testa. Era buio. In un primo momento non riuscii a comprendere di cosa si trattasse. Raccolsero l’oggetto scrupolosamente cercato e spostandosi in direzione di un grosso lampione mi fu possibile vedere tutto chiaramente. Due gemelle siamesi indossavano un grosso costume da babbo natale. Erano attaccate l’una all’altra in modo inseparabile dalla parte posteriore del cranio. Sembravano essere soddisfatte del loro ritrovamento, un grosso trenino di legno privo della locomotiva. Lo infilarono in un sacco e si allontanarono. Ero troppo incuriosito per voltarmi, fare finta di non aver visto niente e riprendere il mio cammino, inoltre non avevo un idea precisa di dove andare. Erano ormai quasi le nove. Decisi di seguirle. Stando molto attento a non farmi notare, seguii quelle due donne per più di due ore, fermandomi ogni dieci minuti e aspettando che finissero ogni volta di raccogliere qualche altro piccolo oggetto. Mi assentai mentalmente per qualche secondo, pensavo a come una persona subisce dei cambiamenti radicali durante la propria vita, così intensi che ricordi passati sembrano appartenere ad un’altra vita, ad un’altra persona. Le persi di vista e dovetti correre molto per raggiungerle rischiando di perderle definitivamente.
In fondo ad un lunghissimo vicolo si erigeva un grosso palazzo fatto di mattoni rossi. Entrarono dalla porta d’emergenza, cioè salendo lungo le scale di acciaio antincendio dell’edificio. Aspettai che giungessero su in cima prima di fare lo stesso. Il degrado del corridoio una volta giunto in cima, mi sconvolse. Bottiglie di plastica, residui organici, feci. C’era di tutto, dovunque. Tornai all’esterno cercando così di sbirciare dalla finestra l’interno dell’appartamento. Nel istante stesso che cercai di guardar dentro, il piede destro che faceva leva su di una latta per guadagnare qualche centimetro perse la sua stabilità. Caddi pesantemente a terra rischiando di finire di sotto, producendo un rumore atroce, generato dal mio corpo che colpì le grosse grate di metallo della scala. Cercai di nascondermi, ma le due donne accompagnate da un signore distinto mi raggiunsero prima che potessi fare o pensare una qualsiasi cosa.
“Chi sei?” pronunciarono contemporaneamente le due gemelle, attribuendo sinergicamente a quelle due semplici parole un suono autoritario e inquisitorio.
“Allora?”
“Ciao, io non sono nessuno, cioè nessuno in particolare. Mi chiamo Richard.”
“Cosa ci fai qui su?” Continuarono e non sapendo quale scusa inventarmi dovetti dire la verità. Raccontai di non avere nessuno e che incuriosito dalla loro strana abitudine di raccogliere oggetti per strada, le avevo seguite. Non ebbi in coraggio di confessare che l’altro motivo, forse il principale, era dovuto alla loro differente costituzione fisica. Osservando i loro occhi non fu difficile capire che lo avevano intuito entrambe senza che io dicessi altro. Mi invitarono gentilmente ad entrare in casa. Alle loro spalle c’era un uomo, fisso restava a guardarmi. Non staccava per un secondo gli occhi dalla mia persona. Accendeva e spegneva una sigaretta dopo l’altra. Faceva una bella boccata e ricominciava. Indossava un abito classico confezionato sicuramente a mano in quanto le rifiniture apparivano differenti dalle classiche cuciture commerciali. Il tessuto, poi, sembrava avere qualcosa di magico. Un completo grigio. Non ricordo bene quale fosse il suo taglio dei capelli o altre caratteristiche fisiche in particolare, perché sia le gemelle che il suo vestito avevano catturato tutta la mia attenzione.
Una volta dentro non riuscii a credere alla differenza tra lo sporco del corridoio e l’ordine, la pulizia e il profumo dell’interno. Faceva caldo e le due donne mi invitarono a levare il cappotto e ad avvicinarmi al fuoco del camino per cercare di riscaldarmi un po’.
“Allora! Ti sembriamo strane? Ti facciamo paura? Perché ci hai seguito? Adesso dovrai necessariamente aiutarci perché non abbiamo tempo da perdere.” Ero così assorto a guardare tutto intorno che non feci caso alle loro parole in un primo momento. Nell’angolo del camino era possibile osservare un grosso contenitore di plexiglass. All’interno in un liquido c’era una gamba e una grossa motosega. Sembrava di assistere ad una mostra di Damien Hirst.
“Un gamba di un essere umano!” esclamai.
“Non spaventarti non abbiamo mai fatto del male a nessuno. Quella gamba apparteneva a noi. Come puoi notare abbiamo qualche piccola differenza fisica rispetto alla maggior parte degli uomini. E sino a sei anni fa, avevamo tre gambe. A causa di quel di più, non eravamo in grado di coordinarci bene, così da non riuscire a camminare da sole. In seguito abbiamo incontrato Luis.” Indicarono con il loro braccio destro l’uomo impettito alle loro spalle e continuarono dicendo, in realtà, continuò dicendo. In effetti da un po’ aveva cominciato a parlare solo una delle due, mentre l’altra si limitava a dare il suo assenso muovendo, su e giù, a destra e sinistra il capo di entrambe.
“E’ stato Luis a tagliarci la gamba con la motosega, permettendoci così di camminare. Ed sempre Luis ha chiuso la ferita, applicando un numero indefinito di punti. Poi con un saldatore elettrico ha bruciacchiato la pelle intorno alla ferita per darle una maggiore omogeneità. Insieme abbiamo deciso di conservarla sotto formaldeide.” Ero abbastanza sconvolto e non posso dire che non mi avrebbe fatto piacere lasciare subito quel posto.
“Vieni ti facciamo vedere una cosa.” Mi alzai e le seguii in un’altra stanza. Accesero la luce. Giocattoli di ogni tipo erano ammucchiati in quella enorme sala da pranzo, in fondo c’era un albero di natale ricoperto di lucine colorate che ad intervalli regolari si accendevano e spegnevano.
“E questi cosa sono?” domandai.
“questi sono i doni che questa notte porteremo nei cinque orfanotrofi della città. Questo è un segreto che tu non dovrai svelare mai a nessuno. Questo è il nostro ultimo natale. Carla è gravemente malata e quando lei andrà via, io dovrò andar via con lei. Per sempre.” Non mi commuovevo facilmente, ma dopo quelle parole delle lacrime riempirono i miei occhi. Le riuscii a trattenere facendo uno sforzo incredibile.
“Non preoccuparti. Vuoi aiutarci?” Pensai al mio stato d’animo vendicativo. Non avevo intenzione di aiutare proprio nessuno. Volevo essere cattivo, odiavo il natale. Volevo essere malvagio che più malvagio non si può. Dissi di Si.
“Luis è un veterinario”. Affermarono.
“Ha cercato lavoro per circa due anni. Poi ha dato di matto con vari selezionatori e ha deciso di cambiare attività. Di giorno fa il rappresentante. Ci ha aiutato, è il nostro più caro amico. In realtà è anche l’unico.” Quella notte scendemmo in strada. Correndo da un punto all’altro della città consegnammo montagne di doni a tutti i bambini che non avrebbero ricevuto nulla quel natale. Quando i sacchi si svuotarono del tutto, continuammo a girare in quella notte gelida sino al mattino. La città sembrava appartenere solo a noi. Ricordo chiaramente una scena, ci trovavamo sul punto più alto di una strada, prima di scendere giù via per la stessa cominciammo a cantare a squarciagola. Correvamo veloce, così veloce che il naso, le guancia e le labbra si congelarono del tutto da perdere la sensibilità. Fu il natale più bello della mia vita. Per circa ventidue anni non ho mai raccontato a nessuno questa storia, né ha mia moglie né tanto meno hai miei figli. Ogni tanto mi recavo a trovare le mie due amiche. Non tanto spesso però. Non vedevo Luis da una vita. Giovanna mi aveva detto tanti anni fa che Carla era molto malata e prima o poi sarebbe morta. Erano riuscite a vivere altri ventidue anni sino ad oggi, sconfiggendo qualsiasi previsione della medicina. Lessi il referto Carla era morta a causa di un attacco cardiaco. Giovanna non riuscendo a spostare da sola il peso dei due corpi non era riuscita a raggiungere l’ospedale. Credo non l’abbia voluto fare. Con la pistola che molti anni prima avevano comprato si era sparata un colpo alla testa chiudendo così anche la sua di vita.
Mi trovavo dinanzi alla buca dove sarebbero state seppellite. Non c’era nessuno alla cerimonia. Solo io e Luis, che anche conoscendoci da anni non ci eravamo mai rivolti la parola. Non potevo credere che due persone che avevano fatto del loro meglio per essere accettate dalla società se né erano andate senza che nessuno sapesse del loro operato. Giovanna e Carla avevano subito per tutta la vita la loro diversità e infine come sempre c’è chi soffre più di un altro, Giovanna aveva dovuto assistere contemporaneamente alla morte della sorella, alla sua e dopo suicidarsi. Non erano credenti e non mi fu mai difficile capire il perché. Le lacrime che per anni ho conservato da quella sera uscirono inesorabilmente dai miei occhi formando due fiumi in piena sulle mie guance. Leggendo “Vi abbiamo voluti bene” inciso sulla tomba, disperato pronunciai un “Vi voglio bene!” Tornai a casa distrutto ma disposto per sempre a conservare il loro segreto.
Ho letto questo tuo ultimo rcconto tutto d’un fiato e devo dire che sono rimasta colpita di quanto questo personaggio ti rassomigli! Anche tu come lui hai sempre cercato di nascondere i sentimentalismi dietro uno scudo fatto di ironia e stravaganza, ma chi ti conosce bene sà che dietro quei jeans a vita bassa, al pircing e a quell’aspetto un pò bislacco, si nasconde un animo dolce e sensibile. Lo stesso che ti permette di scrivere racconti come questo.
Un saluto affettuoso…
Bianca
Ottobre 15, 2008 alle 5:03 pm
Solitudini che si incontrano…forse è un po’ questa la vita, l’amore…
Accettare la nostra solitudine è’ il modo per essere felici e per aiutare a essere felice chi ci accompagna.
Pensare di poter essere felici solo grazie a qualcun altro e pensare che noi da soli saremo tutta la felicità dell’altro è quanto di più sbagliato, il modo migliore per andare incontro all’infelicità.
Un tempo credevo di poter essere felice solo avendo qualcuno accanto.
Poi, arriva la consapevolezza di sè, (più o meno).
E allora comprendi che la solitudine è un bisogno pari a quello di non essere sempre soli…
Rapita da questo tuo scritto…lo rileggo ancora.
Elle
Ottobre 18, 2008 alle 6:57 am