Virgilio Panarese

La fortuna non esiste è un invenzione dei poveri e dei perdenti…

Archive for Gennaio 2009

A pink feather on the marble slab

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a pink feather on the marble slab - Virgilio Panarese

A pink feather on the marble slab – Virgilio Panarese

A special thanks to Rob Smith for his help

I am thin. I am young. Nobody knows me. Bizarre things happen during sleep. I lit a cigarette, and pondered on the night before whilst rain fell from the sky. A grey sky; a deep, sad, sick sky. I am a girl. I am 19. I am thin.

‘Open your eyes!’ said a tiny butterfly in its quiet voice. ‘I am here to guide you through a maze of dreams.’

I had to say something.

‘Am I alive?’

‘Yes, you are, but you have to know how you are alive, but there’s something in the way you look at me that I don’t understand.’

I screamed. I was scared; I felt something was different. She didn’t understand me; I didn’t understand her. Why a butterfly? Why here? Why? I looked at the glass and noticed how heavy the rain was falling. Raindrops are strange I thought. While I was looking through my window, a polar bear fell from the sky.

Down.

Down.

Down.

It hit a car in the parking lot. I was confused. Who am I? My name is Gabrielle. I am 19. Where am I? When I came to my senses, I looked for the butterfly, only to find her flying through the wall.

I was alive!

I was on my own, in my room again. I heard a sound. It was a sound I heard everyday, a familiar, comforting sound: the sound of my mom’s footsteps. Yet I felt strange, a freezing sensation moving through me. I went to the window. There was no-one on the street below. I opened my bedroom door. There was nobody there.

Maybe I was dreaming.

I went out. I walked through snow. White, soft, tender, snow. I am alone. Then I saw an angel. A white marble angel, tall and grand with a pink feather in his wings. I tried to pull it away, but….

Immediately I was on the rooftop of a tall building. I looked down and saw myself on the street. There I stood, in front of the marble statue, my nightclothes strewn around me, with the pink feather in my hand.

The two of us walked, hand in hand, the darkness surrounding us, and our feeble lantern. I could touch her, and she could touch me.

“We should go to the morgue,” she said tearfully, assuming a look of great melancholy. “This lantern is going out, we should hurry.” She continued, loud and strong.

I wanted to say something but I didn’t know what to say. She walked fast and spoke no more.

Silent. Silent and cold. Everything was cold.

I began to understand.

We stood in front of an open crypt. There I was, my corpse, naked. Two people were in the room with me.

“You have to know the roles of a mortician and an embalmer are different. The first one arranges the final disposition of the deceased, he is the funeral director; the embalmer, instead, has been trained in the art and science of embalming,” one said to the other.

I was dead. I was dead but I was watching my own embalming.

Where are my family?

Where is my mom?

I didn’t see anyone. I tried to yell, but I couldn’t speak. I lost my voice. I felt as a…

“Robert! Let’s start. People have a tendency to die at the most inconvenient time.”

I was dead.

I had killed myself.

I want to go back.

I want to go back to figure where I went wrong.

No-one will ever touch me again.

No boyfriends, no girlfriends.

I want to have sex for the last time.

I heard the two doctors speaking to each other. My father had sold my body.

I will become a sculpture for a modern art museum in London.

Who am I?

I am no longer Gabrielle.

I am no longer 19.

Forever, I will be ‘the Pink Feather.’

This is my new identity.

This is my museum label.

Written by virgiliopanarese

Gennaio 26, 2009 alle 10:07 am

Una notte d’amore

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una notte d'amore di Virgilio Panarese

Una notte d’amore

La stringevo forte, accarezzavo dolcemente i suoi seni abbracciandola per sentire il calore del suo corpo sul mio. Potevo avvertire il piacevole odore della sua pelle poggiando la mia faccia sul suo collo. Un profumo intenso, una fragranza profonda che inebriava i miei sensi. Dormiva dolcemente, rapita da un sonno profondo con le labbra leggermente aperte. Completamente nuda la pelle d’oca compariva a mano a mano che la brezza estiva a folate irrompeva nella stanza. La guardavo, la accarezzavo sperando che quella notte non finisse mai. Mi addormentai.

Mi voltavo come un dannato nel letto, la luce era spenta, la brezza si era trasformata in un vento gelido, tra le braccia avevo un cuscino, accesi la luce, ero solo. Mi alzai dal letto in preda al panico, dove era finita. Era un sogno, eppure sembrava così reale. Andai in cucina aprii il frigo, presi una birra, la aprii e feci un sorso, versai il resto nel lavandino. Avevo smesso di fumare da due giorni ma i residui delle trenta sigarette quotidiane dei giorni precedenti grattavano con le loro unghie dall’interno. Sentivo lacerare la carne e il fiato spezzarsi all’altezza dello sterno. Il panico mi assaliva tornai nella stanza, mi voltai, la porta della cucina era scomparsa, così il letto, l’armadio e tutto il resto. Cercai di trovare un uscita ma le mura non mostravano scappatoie, niente porte, niente finestre. Il pavimento cominciò a trasudare acqua e in pochi minuti mi trovai a nuotare con la stanza mezza piena. Il livello del liquido saliva sempre di più, era denso, non riuscivo a vederne il colore. Portai le dite alla bocca toccandomi la punta della lingua per individuare di cosa si trattasse. Era sangue, adesso anche l’odore cominciava a farsi sentire; il livello dell’acqua era salito a tal punto che la mia testa toccava il soffitto. Fui inghiottito.

Mi svegliai nuovamente, solo, a bordo del letto. Volevo piangere, ma la diga costruita dal dolore bloccava le lacrime che maturavano giorno dopo giorno dalla sua scomparsa. Pensieri sconnessi, dissociati trapassavano le mie meningi. Mi vestii. Non controllavo il contachilometri, il piede premeva sull’acceleratore sempre di più sino a toccare il fondo. Una bambina vestita da fatina comparve sul sedile di fianco.

«Cosa stai facendo?» disse con una voce fioca ma allo stesso tempo inquisitoria.

«Guido, penso che si vede. Ma tu chi sei e cosa ci fai nella mia auto?» Risposi con molta naturalezza non curante del fatto che una fatina di 8 anni era apparsa nella mia macchina.

«Io sono tua figlia.» rispose.

«Io non ho figli.» affermai con sicurezza.

«Non ne hai ancora. Ma li avresti avuti in futuro. Io sono tua figlia Flora, la bimba che tu hai desiderato per così tanto tempo.»

«Flora. Ma io… cioè. No. Non è possibile.»

«Come sei bella, rassomigli a tua madre.»

«Vuoi dire, a quella che sarebbe stata mia madre se tu non avessi buttavo via la chiave.»

«Di quale chiave stai parlando.»

«Sto parlando della chiave del suo cuore. Hai posseduto quella chiave chiusa in un cassetto per anni. E poi senza nemmeno rendertene conto hai buttato via la scrivania che la conteneva.»

«Ma di cosa stai parlando.»

«Disattenzioni, egoismo, presunzione. Sto parlando di questo papino. Più volte hai aperto quel cassetto e tra tutte le cose che c’erano dentro, tu hai sempre evitato di raccogliere quella chiave.»

«Ma io, non sapevo. Cioè non avevo idea che esistesse una chiave.» Cominciai a sudare, avevo la tachicardia, in preda al panico cercavo di comprendere ma ero disorientato. La macchina uscii di strada. Ero chiuso all’interno di qualcosa di molto piccolo, buio. L’aria era pesante cominciai a far scorrere le mani lungo tutta la superficie di quello oggetto che mi conteneva. Aveva la forma di una bara. Realizzai, era una bara. Urlai con tutto il fiato rimasto: «Flora! Flora! Ti prego! Aiutami! Tirami fuori di qui». Cominciai a spingere e a grattare più forte che potevo cercando di aprirla, nulla. La paura di morire mi assalì e quel muro che c’era stato sino a pochi minuti prima sparì del tutto. Piangevo come un bambino che ha visto un mostro. Piangevo così forte che la bara si riempì di lacrime. Mi ritrovai in un acquario. La gente passava e mi indicava come se avessero visto un pesce esotico. Ad un certo punto vidi una donna con una bambina. Era lei. Era tornata. Guardai meglio era lei ma la bambina non era Flora era un’altra bimba. Provai a chiamarla ma come un pesce non pronunciavo nessun suono anche urlando con tutta la forza rimasta. Ero stremato. Si fermò dinanzi al vetro indicò nella mia direzione. Si mise a ridere. Non mi aveva riconosciuto.

«Sono io! Guardami! Sono il tuo amore! Ti prego guardami bene!» Nessun suono usciva dalla mia bocca e lei non curò il labiale. Si voltò e scomparve nel nulla. Colpii il vetro più e più volte rompendomi il muso. Il sangue cominciò a diffondere nell’acqua, tutti i pesci si avvicinarono.

Mi guardavo allo specchio. Avevo 82 anni. Quel sogno mi ossessionava da 55 anni da quando a 27 anni ero rimasto solo. Avevo avuto la fortuna di essere amato e lo avevo capito in ritardo. Ero stato punito severamente dalla vita che mi aveva fatto vivere a lungo, con il rimpianto di non aver compreso che la chiave era nelle mie mani ed io avevo buttato la scrivania con il cassetto che la conteneva senza accorgermene.                  

Written by virgiliopanarese

Gennaio 10, 2009 alle 2:32 am