In šā’ Allāh

In šā’ Allāh
Un proiettile di un mitra israeliano toccò terra smuovendo leggermente la sabbia dinanzi ai miei piedi. Mi piegai per raccoglierlo, lo presi, freddo, gelido al centro del palmo della mia piccola mano. Pochi istanti dopo udii una voce che mi intimava di stare immobile «Alza le mani! Non ti muovere! Perché sei venuta al confine?» Avevo nove anni gli occhi colmi di lacrime, il viso sporco e ricoperto di piccole ferite e screpolature. Un paio di ore prima avevo visto morire mio padre. Lo osservavo dal basso, come una telecamera buttata in terra alzavo gli occhi e vedevo mio padre camminare verso un muro di soldati. Scalzo, con indosso un pantalone antracite ed una camicia beige. Stringeva tra le mani due pietre. Le stringeva così forte che le vene degli avambracci sembravano volessero scoppiare e straripare un sangue impazzito, quel fiume in piena trovò la foce nei suoi polpastrelli. Si era procurato tante piccole ferite ed il sangue cominciò a colare lungo le sue dita; una goccia si staccò sino a toccar terra. Continuava a camminare con passo costante, i soldati intimare più e più volte di fermarsi. Mio padre aveva perso la sua dignità di uomo, non poteva più vedere la frutta sul carretto con le ruote di carriola. Poteva essere un terrorista, bisognava proteggere la sicurezza nazionale. Mio padre continuò a camminare e non ebbe nemmeno il tempo di lanciare la prima pietra verso quel muro umano che un miriade di sanguisughe metalliche uscirono dalla bocca dei fucili israeliani e lo svuotarono completamente di quel sangue a cui lui tanto era legato. Avevo quel proiettile tra le dita e un giovane soldato israeliano che mi fissava tremante. Ero solo una bambina ma quel ragazzo poco più che ventenne tremava come una foglia in autunno. Mi vedeva come un pericolo, un mostro, una bomba umana. «Tieni hai perso questo!» dissi ingenuamente porgendo il proiettile al soldato. Il soldato si rilassò abbasso il fucile e prese il proiettile. «Va a casa. E’ pericoloso venire al confine. Torna dai tuoi genitori.» Con voce fioca e affabile cercò di indicarmi la strada e di non spaventarmi cosa che aveva già fatto pochi minuti prima. «Non ho dove andare.» Il soldato non sapeva cosa fare, doveva tornare a lavoro ma non ebbe il coraggio di mandarmi via con la forza. Mi condusse in un capannone poco distante dalla torretta dove lavorava come sentinella. Aspettai un paio di ore. Il soldato tornò e andai via con lui.
Farida mi aveva raccontato questa storia senza terminarla la seconda volta che ci eravamo incontrati. Si era trasferita nel Regno Unito da sei mesi ed erano più di dieci anni che vagava per l’Europa. Non sono sicuro della sua età ma credo potesse avere circa 30 anni quando l’ho conosciuta. La notai subito il primo giorno di corso, frequentavamo una scuola di inglese a York. Capelli neri, spessi, lunghi con una treccia incrociata in modo irregolare, la pelle olivastra, liscia con delle macchie più simili a dei nei che a delle lentiggini. Gli occhi leggermente a mandorla, venivano accentuati da una matita color nero pece a ricoprire in modo marcato il contorno di quegli occhi favolosi. Indossava delle canottiere a tinta unica, il primo giorno gialla, il secondo verde cocomero. Cercavo di incrociare i suoi occhi più e più volte durante le lezioni. Sembrava assorta, assente, immaginavo la nostra vita insieme, sognavo attraversando il muro invalicabile della realtà per nuotare felice e senza fatica nell’oceano dei miei desideri più nascosti. Il ritorno alla vita reale era brusco ed umiliante, soprattutto quando la sera tutti i ragazzi della scuola uscivano tranne io. Avevo 15 anni e i miei genitori non avevano firmato il modulo per l’assunzione delle responsabilità. Non riuscivo ad addormentarmi e senza farmi notare aspettavo seduto sulle scale di emergenza che tutti facessero ritorno. Sentivo le voci da lontano. Cantavano, stonati come delle campane, barcollavano come un marinaio che tocca la terra ferma dopo mesi e mesi di navigazione. Aspettai che tutti andassero a dormire. Decisi di ritirarmi nella mia stanza. «Dove vai?» udii una voce. Mi voltai era lei, seduta sul muretto dinanzi l’ingresso principale della scuola. Indossava degli short così corti da mostrare i muscoli delineati delle sue esili cosce. UGG viola e la maglietta dei Ramones. I capelli raccolti in un velo. Mi offrì una sigaretta, non avevo mai fumato e avrei fatto bene a rifiutare. Tiravo senza aspirare e quando il fumo per errore raggiungeva i polmoni tossivo così forte che gli occhi, le costole e il cuore sembrava volessero scappare, per rifugiarsi in un corpo differente. La amavo senza sapere cosa volesse dire amare. La guardavo rimbecillito immaginavo la mia faccia come quella di un ippopotamo di plastilina. Cercavo di avere un tono serio ma era tutto inutile. «Il grado culturale di un popolo si misura dal valore della sua radio. La Palestina ha una radio da far schifo.» Affermò con decisione tirando con professionalità la sua sigaretta.
«Avevo 13 anni quando il soldato israeliano con la quale sono cresciuta morì. Morì per proteggermi ucciso dal fuoco palestinese un lunedì mattina al mercato della frutta. Non ricordo molto di lui, tendiamo a cancellare i singoli momenti ingannati dalla convinzione che abbiamo tutto il tempo necessario per ricordare, per vivere, per godere di singoli instanti ma non è così. Senza preavviso andò via anche lui alle 10:30 di 16 anni fa.» Ascoltavo in silenzio, in piedi dinanzi a lei. Volevo abbracciarla, ma non avevo il coraggio di farlo. Non penso avesse voluto. Accarezzò i miei capelli dicendo «imparerai tanto nei prossimi anni. Sei una persona dolce. E’ tardi andiamo a dormire.» La accompagnai in camera sperando che mi facesse entrare. Non fu così. Tornai nella mia stanza. Fantasticavo sulla mia vita con quella non donna, non curavo la differenza di età, di prospettive, di esperienza di vita. «Hai mai visto una donna nuda?» domandò senza badare al mio imbarazzo. «Certo. Eh…eh… almeno cinque volte.» Risposi e l’istante dopo averlo fatto mi resi conto di quanto ero stupido, non ebbi il tempo di riflettere su quanto mi sentivo cretino che si sfilò la maglia. Nuda coperta solo da un perizoma camminava scalza avanti e indietro nella stanza con i seni piccoli e scuri. Ero imbarazzato e cominciai a guardare per terra. «Una volta spogliati dei vestiti, delle divise che ci contraddistinguono siamo tutti ugnali. Prendi me per esempio, se indossasi una divisa con una stella di Davide, sarei un soldato israeliano, se invece indossassi un burqa mi considereresti una donna mussulmana, se indossassi una divisa con una svastica, un nazista. Sono nuda adesso non puoi sapere, non puoi catalogarmi così facilmente.» Non sapevo che dire, ad essere sincero nemmeno seguivo i suoi discorsi. Era così ubriaca che farneticando e ballando cadde per terra. Diede una testata così forte da svenire. Credevo fosse morta. Mi avvicinai per capire se il cuore batteva ancora. Poggiai la mia testa sul suo seno. Era viva. Chiamai un’altra ragazza che l’aiutò. Andai via. La mia esperienza in quella scuola finì dopo due settimane. Tornai in Italia. Prima di partire le chiesi se ci saremmo rivisti un giorno e lei mi rispose «in šā’ Allāh».
Non esistevano e-mail o social network 25 anni fa e per questo non l’ho mai più vista né sentita. Ho la mia vita adesso. Sono un uomo medio, un medio borghese. Ho il mio lavoro, la macchina, il mutuo della casa da pagare, due figli, una moglie che non mi ama. Ma il vero errore della mia vita sono io. Facevo e faccio qualsiasi cosa perché qualcuno mi ha detto e mi dice che bisogna farla. Sono senza spina dorsale, senza personalità. Quel bambino coraggioso in grado di amare una donna 15 anni più grande di lui è sparito, svanito nel nulla per sempre. Di tanto in tanto quando sono solo, rovisto tra le vecchie scatole e trovo delle foto di quelle estate. Farida così giovane e bella. Mi siedo al pianoforte e suono, accarezzo i tasti chiudendo gli occhi, li tasto così delicatamente come se al posto del piano ci fosse il suo corpo. Farida nella mia mente e sempre la stessa, io finalmente sono un uomo, ho l’età giusta. Suono, ogni singola nota fa vibrare parte del mio corpo di nuovo. Mi sento vivo ma come tutti i sogni finiscono, spesso sul più bello.
«Roberto, Roberto ti sto chiamando da un’ora. Vai a buttare la spazzatura. Muoviti e smettila con quel pianoforte che da solo fastidio alla signora al piano di sopra. Sembri un bambino.»
La porta si chiuse dietro di lei le mie dita si fermarono. Mi alzai ed andai a buttare la spazzatura.
in assoluto tra i tuoi racconti più ben scritti!!
xoxoox
eloise!
Febbraio 20, 2009 alle 12:32 pm