Virgilio Panarese

La fortuna non esiste è un invenzione dei poveri e dei perdenti…

Archive for Giugno 15th, 2009

La ninna nanna delle libellule

con 3 commenti

la-ninna-nanna-delle-libellule Virgilio Panarese

La ninna nanna delle Libellule

Avevo visto crescere i miei seni così velocemente da non rendermi conto di avere un qualcosa in più sul mio corpo. Amavo distendermi tra le piante disposte come una barriera in difesa della ringhiera del balcone di casa. Il nostro era l’unico ad avere quel tipo di protezione. Vivevo con la mia sorella maggiore in un palazzone di 18 piani. Periferia di Hong Kong. Il nostro condominio visto dal basso appariva come un parallelepipedo gigantesco cosparso di infissi d’alluminio e condizionatori, l’intonaco aveva il colore simile a quello del vomito maturo, crepe disseminate ovunque e fili elettrici penzolanti facevano da cornice alle urla, agli scricchioli ed un vociare costante che proveniva da ogni angolo di quell’ammasso di cemento avariato. Non so chi avesse scelto il mio nome, non avevo mai incontrato i miei genitori, né tantomeno mia sorella aveva memoria di loro. Toyoko, mia sorella aveva cominciato a lavorare ad otto anni come aiutante di un fruttivendolo e come prostituta poi non appena compiuti i 12.
“Yoriko! Sù entra che è pronta la cena.” Toyoko mi chiamò con insistenza. Entrai. Aveva cucinato i CHIAO-TZU, i ravioli cinesi ripieni di carne di maiale macinata, funghi e soya. Avevo scoperto il rancore a 12 anni, l’amore a 13, l’odio a 14 e l’apatia a 15. Era il mio compleanno, il mio sedicesimo compleanno e Toyoko aveva fatto una pazzia. Aveva comperato un paio di scarpe di Christian Louboutin. Credo che avesse speso i guadagni di tre mesi.
“No! Non posso, portale indietro di prego.” Avvertivo un formicolio alle dita, ero emozionata, felice e disperata contemporaneamente. Gli occhi volevano straripare un affetto non quantificabile né con le parole né tanto meno con dei gesti. Un cazzotto allo stomaco mi aveva colpito così forte da provocarmi un emorragia di emozioni.
“Non preoccuparti tesoro, è un regalo, prendilo e indossalo quando uscirai con l’uomo più bello di Hong Kong.” Sorrise. Non pronunciai una parola per tutta la serata. Corsi nella mia camera, mi svestii completamente, mi lavai come se non lo avessi fatto da anni. Ancora bagnata indossai i miei nuovi stivali.
Erano passati circa 8 anni da quella sera, Toyoko mi aveva lasciata circa un anno dopo. Era morta di AIDS. Aveva prima perso peso, poi colore e a mano a mano che la morte faceva il suo lavoro, lento, metodico, certosino il suo corpo mutava trasformandosi in quello di un alieno. I suoi seni erano scomparsi, svuotandosi completamente come due borracce prive d’acqua. Non perse mai il sorriso, nemmeno quando i dolori cominciarono ad essere insopportabili.
“Ho incontrato Dio l’altra sera. E’ una donna lo sapevi?” Domandò con un sorriso melanconico stampato sulla faccia.
“No, non ci credo, hai incontrato Dio?” Domandai incredula, assecondandola.
“Si! Ha una casa bellissima, cosparsa di borse Miou-Miou, sandali Alexander MacQueen e stivali Louboutin. Stivali proprio come i tuoi. Non ci crederai, ma le sue assistenti sono uno sciame di libellule. Mi hanno cantato la ninna nanna. Il mio momento è quasi arrivato mia cara.”
Toyoko morì un sabato mattina, sola, giovane e deturpata per sempre della sua bellezza.
Lasciai Hong Kong pochi mesi dopo, volai via come una di quelle libellule impazzite, forse una di quelle che aveva cantato la fine della mia cara sorellina.
Ero partita alla ricerca di un ragazzo italiano. L’avevo conosciuto 2 anni prima ad Hong Kong. Una sera in un ristorante Libanese mi aveva invitato a bere un Cosmopolitan, avevamo trascorso tutta la sera insieme. Ero spaesata, lunatica e impaziente. Lui affascinante, ben educato e pieno di se. Mi addormentai sul tavolo, mi risvegliai in una camera d’albergo spogliata dei miei vestiti. Nuda, con i seni penzolanti mi alzai dal letto, mi guardai allo specchio. I miei fianchi larghi erano la prima cosa che notai osservando la mia sagoma nell’oscurità. Incredula aprii la porta del bagno e trovai Alfredo con un vestaglia di lino tra le mani.
“Scusami non volevo essere indiscreto, ma eri così ubriaca. Non volevo lasciarti in quel locale da sola.” Queste furono le sue uniche parole. Appariva intimidito. Una donna entrò dalla porta principale. “Cara, scusami sono stata io a spogliarti, eri tutta ricoperta di vomito”. Linda era la segretaria personale di Alfredo. Non credevo fosse possibile. Quell’uomo era così imbarazzato, non era stato lui a toccarmi, non mi aveva sfiorando nemmeno con un dito. Ero io ad avere in quel momento una faccia da rincretinita. Avevo creduto che fosse accaduto qualcosa, invece, avevo valutato la situazione con superficialità e sopravvalutato le mie aspettative. Mi sentivo come una puttana, mentre quel gentiluomo non mi aveva affatto considerato così. Uscimmo altre due sere. Ero attratta incredibilmente da quel ragazzo, ma nulla accadde nemmeno le sere successive. Andò via il sabato mattina seguente. Conoscevo il suo nome, possedevo il suo numero di cellulare. Arrivai in Italia. Roma. Camminavo per le vie del centro illuminate da fasci di luci arancioni, i colori, i riflessi, i suoni erano tali da trasportarmi lontano per sempre dalla periferia di Hong Kong. Provai a telefonare. Una voce registrata pronunciava qualcosa in Italiano, qualcosa a me incomprensibile, ma che intuitivamente mi mostrava la realtà. Ero a Roma, in Italia lontana migliaia di chilometri dal mio decadente sobborgo urbano. Il suo telefono era spento? O il numero sbagliato? Mi ha dato un numero sbagliato volontariamente? No! Forse sono stata io a scrivere un numero Sbagliato? Camminavo, avevo acquistato un giubbino più pesante, non credevo che facesse così freddo in Italia, durante l’inverno. Entrai in una locale, mi servirono un bicchiere di Pinot Grigio. Avevo compreso quella sera che i fantasmi esistono realmente. Esseri umani che compaiono nella tua vita sconvolgendola per sempre e poi, e poi svaniscono nel nulla come le onde concentriche formate nell’acqua dopo aver lanciato un sassolino. Lanciavo i miei sassolini nel Tevere, quando il mio cellulare squillò. Era il suo numero, era Alfredo.
“Pronto!” Esclamai con una felicità difficile da rappresentare.
“Pronto!” La voce che udii era una voce femminile.
“Pronto. Sono Yoriko. C’è Alfredo?” Domandai, imbarazzata e con una strano presentimento.
“Ciao Yoriko sono Linda, ti ricordi di me?”
“Ciao Linda, certo che mi ricordo.” Parlammo per circa dieci minuti.
Linda era incredula non credeva fosse possibile. Ero a Roma. Ero così vicina. Ci incontrammo in un bar del centro, alle spalle di piazza di Spagna.
Alfredo non c’era più o almeno, l’Alfredo che ricordavo io non esisteva più. Un anno dopo la sua partenza un incidente aereo l’aveva ridotto come un vegetale. Non aveva parenti, aveva solo Linda. Non riuscivo a trattenere la mia disperazione. Aveva conservato una nostra foto per due anni. Non mi aveva mai cercata, non aveva mai voluto condividere nulla, eppure scoprii quella sera che mi aveva amato, mi aveva amato più di quanto io potessi immaginare.
“Cara Yoriko, quando leggerai queste poche righe capirai. Ti ho amato, ti amo e ti amerò per sempre e proprio per questo motivo non voglio che le nostre strade si incontrino di nuovo. Preferisco che la mia immagine resti impressa nei tuoi occhi per sempre nello stesso modo, come quel giovane gentiluomo conosciuto per errore una sera ad Hong Kong. Non voglio che la quotidianità rovini tutto, la passione decadendo lacera i rapporti sino a fare odiare due innamorati. Non volevo e non voglio. Ti amerò per sempre e ti ricorderò sempre così come in questa nostra foto, giovane e bella.”
Cercai di trattenere le lacrime osservando quella fotografia. Cercai di trattenere le lacrime sia quella sera, che il giorno in cui Alfredo su sotterrato. Avevo trascorso due mesi in Italia prima di far ritorno nel mio parallelepipedo di cemento.
Distesa tra le piante del mio balcone, accesi una sigaretta pensando di avere amato un fantasma.

Written by virgiliopanarese

Giugno 15, 2009 alle 1:35 pm