Intermittenze

Intermittenze
Ore 21:40 p.m. – Napoli
La mia vita mutò completamente un giovedì mattina. Stavo studiando i processi di bioluminescenza delle lucciole e di altri organismi viventi. Cercavo di comprendere la sinergia che si veniva a creare tra la luciferasi, l’enzima catalizzatore, e la luciferina il substrato organico che emette la luce. Proprio mentre comprendevo che in presenza del adenosintrifosfato, dell’enzima e del magnesio la luciferina cede elettroni emettendo energia sotto forma di luce, ricevetti una telefonata. Corsi in ospedale, non realizzando realmente cosa stava accadendo alla mia vita. Il dolore per la perdita di mio padre si materializzava giorno dopo giorno da quel giovedì mattina. Una pallottola, una supposta di metallo impazzita lo aveva portato con se pochi mesi prima dal suo pensionamento. Un agguato di Camorra finito male. Il dolore della sua scomparsa si mescolò velocemente con la cruda realtà della mia vita. Sino a quel giorno non avevo mai pensato a come potesse essere mutevole la quotidianità. Mi ritrovai nel giro di poche settimane a dover badare a me stessa e a mia sorella. Non avevo un lavoro, o meglio non avevo un lavoro che mi permetteva una progettualità. L’avvento di forme contrattuali vergognose fecero si che lasciassi il lavoro a progetto che stavo facendo presso l’Università per dedicarmi di giorno ai “call-center” e la sera, anche se stremata, a lavorare come cameriera in un ristorante sul mare. I miei sogni, le mie certezze, le mie convinzioni si sgretolarono come la cenere di una sigaretta. Vivevo per nutrirmi, mi nutrivo per vivere. In poco più di sei mesi anche la mia relazione che durava sin dagli inizi della mia carriera universitaria finì. Non esiste amore senza serenità, anche il sentimento più vero va supportato. Il mio stato d’animo era in balia di una follia latente. Cominciai a mano a mano a trovare sollievo bevendo. Non pensavo fosse così semplice oltrepassare il confine, il sottile confine che divide un normale bevitore da un alcolizzato. Trascorsi circa nove mesi in un centro per alcolisti anonimi, mentre mia sorella fu sbattuta in una casa famiglia a causa mia. Ero nuovamente sobria, non toccavo un goccio di alcol da mesi. Non avrei bevuto mai più. Feci richiesta per riottenere l’affidamento di Monica, adoravo mia sorella e non le avrei mai voluto far del male. Il giudice rifiutò. Monica restò lì dov’era. Camminavo, passeggiando incurante di ciò che mi circondava, uomini, donne, bambini, anziani, animali sfioravano la mia sagoma, avvertivo la loro energia, era un’energia a tratti spaventosa, forte, così potente che immaginavo me stessa come una lucciola che ad intermittenza cerca di farsi largo nell’oscurità. Passarono quindici anni da quel giorno. Alzai gli occhi, vidi un cartello. After Dinner solo 5 euro. Entrai.
Ore 20:40 p.m. – Londra
Nuda attraversavo il corridoio, mi sentivo osservata. C’era qualcosa alle mie spalle, mi voltai, una, due, cinque volte, nulla. Potevo osservare la mia immagine riflessa nello specchio che ricopriva la parete. Avevo un colore giallognolo, i talloni tagliuzzati dalle fibbie metalliche dei sandali indossati sino a pochi minuti prima. Le scapole alate ed una postura non del tutto corretta. Provavo un piacere perverso a camminare scalza, seppure in punta di piedi, il marmo era gelido. I brividi di freddo si diffondevano in tutto il mio corpo sino a raggiungere la cute del mio esile cranio. Indossai un perizoma, seduta osservavo la strada dalla vetrata del mio appartamento di South Kensington. Anime impazzite, scorrevano come gocce fuoriuscite da un secchio alla ricerca di una fessura, di uno spiraglio, di un maledetto buco. Osservavo, assorta ed assente allo stesso tempo. Immaginavo altro, avevo desiderato altro, eppure la vita, la mia posizione era invidiata da una percentuale sempre più alta di persone. Gocce impazzite alla ricerca di una fessura che probabilmente non avrebbero mai trovato. Avevo scovato quel pertugio tanto ambito anni prima, rendendomi conto dopo pochi mesi di essermi appropriata della fessura di qualcun’altro. Soldi, vestiti, gioielli, auto, un marito ricco e potente. Non provavo piacere per nulla, ero in uno stato di anedonia cronica. Il mio medico non era stato in grado ancora di dare una diagnosi precisa, depressione, capriccio, schizofrenia. Sul davanzale della finestra spesso potevo vedere piccoli asinelli bianchi cavalcati da bambini alati, ali di carta velina di ogni colore, ali sottili delineate da un fil di ferro a tema. Come un mimo, ripercorrevo fisicamente il mio stato d’animo. Un appartamento lussuoso, borse, scarpe, stivali, mobili, oggetti d’arte. Avevo scelto la mia prigione di vetro e acciaio riempiendola di materiali, diversi, inutili. Quel cubo di 150 metri quadri, diventava sempre più piccolo, cominciai ad evitare il salone, poi la camera degli ospiti. Vivevo tra il corridoio, il bagno e la camera da letto. In poco tempo lo spazio a me riservato era diventato il solo materasso. Trascorrevo su di esso più di 18 ore al giorno, non uscivo da mesi. Non facevo sesso con mio marito da settimane, credo che avesse più di un’amante ma non mi importava. Fui ingravidata, credo per errore, nemmeno lo ricordo. Dopo 8 mesi e mezzo nacque, Frances. La mia bambina. Cominciai lentamente ad uscire. Avevo trascorso circa tre anni chiusa in casa, credo che nemmeno un uomo affetto da porfiria era riuscito nell’intendo. A mano a mano che vedevo crescere Frances, le mie paure cominciarono lentamente a sparire. Avevo trovato uno scopo, una ragione valida per vedere la vita con ottimismo. Dovevo avere cura, premura, cercare di donare amore ad un altro essere piccolo, minuscolo, indifeso. Frances quella sera aveva compiuto 12 anni e superato 11-plus. Seduta sul davanzale, mi rituffai nel passato, una lacrima inumidì le mie guance, guardavo la strada, aspettando che la mia lucciola facesse ritorno a casa.
Ore 12:40 p.m. – Los Angeles
“Ed ecco a voi un pezzo di qualche anno fa, un pezzo unico, uno di quelli che hanno scritto la storia della musica. Ecco a voi In Bloom – Nirvana!” La musica partì, tolsi le cuffie per un paio di secondi, avevo le orecchie in fiamme. Lavoravo in Radio da circa sei mesi, decisi di mettere su quel disco. Molti anni prima avevo incontrato una ragazza a Londra, una donna eccezionalmente seducente, amava quella canzone e non sapeva che fosse dei Nirvana. Questa cosa mi sembrò incredibile. Ci conoscemmo lavorando come camerieri al Ping Pong, un ristorante cinese, quello alle spalle di Oxfod Circus. Ricordo ancora il suo nome, si chiamava Monica. Aveva lasciato il sud Italia poco più che adolescente per trasferirsi a Londra. Ricordo che vivemmo una storia di passione travolgente, non credevo ci saremmo mai lasciati. Abbandonai l’università, non tornai a casa, rinnovai il visto per altri sei mesi. Vivevamo alla giornata, lavoravamo per poi trascorrere tutto il tempo restante insieme, senza obbiettivi prefissati, senza mete certe, l’incertezza del domani era stata cancellata dal nostro amore, dalla complicità, dal desiderio di compenetrare l’anima e la mente di un altro individuo. Eppure, ancora oggi non riesco a capacitarmi di perché l’abbia fatto. Sono convinto, sono certo che Monica mi amava veramente. La trovai una sera mentre si faceva un uomo più grande di lei di parecchi anni; per giunta nel bagno del ristorante come se fosse una lucciola. Non mi guardò nemmeno. Scappai via, il giorno dopo tornai ma lei era sparita. Prima di tornare a L.A. cercai di avere notizie di quella donna che così aveva ferito i miei sentimenti, disintegrato i miei sogni. Scoprii che pochi mesi dopo aveva sposato quell’uomo. Tutt’oggi non comprendo di come sia possibile. Sono passati anni da quell’anno trascorso in Inghilterra ma ancora oggi gli occhi di quella donna invadono le mie notti, la sua pelle, il profumo dei suoi capelli si insinua nel mio sonno tormentandomi. La canzone finì, era l’ultima prima dello spacco. “Avete ascoltato In Bloom, per i più giovani un pezzo storico dei Nirvana. Buon appetito a tutti, ci incontriamo nuovamente alle 2:30 p.m.”
Sfilai nuovamente le cuffie. Mi alzai e andai a pranzo.
Vite. Dolori al di là di ogni possibile apparenza. Io credo che siamo in molti ad avere una storia da raccontare, uno scheggia di agonia e di rifiuto che magari teniamo sepolto in qualche angolo del nostro cuore.
Complimenti.
Diemme
Giugno 26, 2009 alle 4:23 am
Vite e destini che si compiono a qualsiasi latitudine, a dispetto di qualsiasi fuso orario.
Bella questa costruzione che poggia su piani paralleli.
Napoli, Londra, Los Angeles: la luce viaggia sempre alla stessa velocità, anche se ad intermittenze diverse…
Elle
Giugno 28, 2009 alle 4:35 pm
ti faro sapere..è interessante la intermittenza come sospensione o pulsione di una qualsiasi comunicazione.. come la intermittenza del battito .. suono/ nn suono..-ali/ sopensione nn ali.palpebre che si chiudono a ghigliottina e trasportano la bioluminescenza degli okki nel vuoto.. e vedi i puntini luminosi.. uahmi hai illuminato!
Giovanni Loria
Luglio 2, 2009 alle 6:08 am
seducente esemplare concettuale.. granuloso.. in macro del dettaglio maniacale.. orationes.. collegato bene ,, tra i vari contenuti degli insiemi matematici nel racconto.contenitori di emozioni sparsi bene .. tratti nebuoloso e a tratti crudo.. .. beh. horishyma e nagasaki.. alter ego vostro. eyesmatrixalfazenbuon lavoro.
Giovanni Loria
Luglio 2, 2009 alle 6:08 am
molto convincente questa narrazione, sfasata solo dal punto di vista spaziale e accumunata da quello temporale. non voglio cercare punti in comune tra questa storie, non serve. in un laboratorio, nel corridoio d’un lussuoso appartamento,su una sedia con le cuffie…è dolce sentirsi soli dovunque ed annegati nelle proprie intermittenze.
Ciccio
Novembre 23, 2009 alle 11:19 am