Il Designer di Loculi

Giugno 26, 2009 at 1:34 pm | In Racconti | 1 Comment
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Il Designer di Loculi di Virgilio Panarese

Il Designer di Loculi

May-December Romance

Ogni secondo muoiono 1,7 persone, 102 al minuto, 6.120 in un’ora, 146880 al giorno, 4.406.400 al mese e 52.876.800 all’anno. Seduto in un sushi bar, attendo impazientemente che mi venga servito un sashimi misto, adoro la consistenza del salmone crudo sciogliersi sotto il palato come burro. Ho ordinato anche una porzione di California. I rolls California, in realtà sono nati negli Stati Uniti per far accettare l’idea del pesce crudo, cercando di adattare il sushi alle abitudini alimentari dei paesi occidentali, in realtà è un maki composto da avocado, surimi e cetriolo nel quale lo strato esterno di riso è cosparso di semi di sesamo tostati oppure da tobiko, uova di pesce volante, di colore rosso-arancione. Dimenticavo che quando parlo di surimi intendo una prodotto composto essenzialmente da polpa di pesce di merluzzo. Effettivamente i miei preferiti sono i maki o makizushi, un sushi arrotolato con l’aiuto di un tappeto di bambù detto makisu. Il Makizushi è il tipo di sushi più familiare a noi occidentali. Generalmente è avvolto nel nori, un’alga commestibile tradizionalmente coltivata nei porti del Giappone. Originariamente le piante venivano raschiate dai pali del porto, pressate in fogli e seccate al sole, con un procedimento simile a quello usato per la carta. Oggigiorno il prodotto commerciale viene coltivato, prodotto, tostato, impacchettato e venduto in fogli di dimensioni standard: circa 18 cm per 21 cm. Il nori di qualità migliore è spesso, liscio, luminoso e privo di buchi. Ero apatico, angosciato, irriverente, circondato da ignoranza e stupidità. In effetti non c’era nemmeno da adirarsi più di tanto nei confronti dello stupido. Secondo degli studi scientifici, la stupidità è una vera e propria patologia collegata a quell’area del cervello, nella regione temporale della corteccia, che si mette in moto per non ripetere un errore già commesso. Anomalie a questa zona conducono ad essere uno stupido cronico. Così ogni qual volta intraprendevo un discorso con qualcuno tale da meritarsi quell’appellativo controllavo me stesso pensando che non mi sarei mai comportato in maniera irriverente nei confronti di un uomo senza le orecchie. Era una corsa continua, un affannosa ricerca del migliore campo di applicazione, tutti volevano specializzarsi, conoscere senza imparare, ottenere certificazioni, una specie di bollino, un marchio di qualità. Più i titoli e le qualificazioni ottenute erano strane, più ci si vantava a cena dagli amici delle nostre presunte conoscenze. Esperto in tautologia, così potevi sentire «Sai caro, chi studia la tautologia è un tautologo, questa è una affermazione tautologica, capito cos’è la tautologia?» Esperto in relazioni extraconiugali, capacità di relazionarsi con chiunque e in qualsiasi situazione, una sorta di comunicatore universale, uno scienziato della parola verbale rigorosamente extraconiugale. Esperto in tassidermia vegetale, la capacità di imbalsamare una pianta evitando così la sua decomposizione, «Sai caro, questa è una disciplina nuova ma che nasce dall’antico Egitto, lì i medici usavano il natron, cioè ti spiego il carbonato idrato di sodio, perché era importante per le sue capacità igroscopiche.» Coniavano definizioni, neologisti inutili senza curarsi nemmeno di stare attenti all’origine delle parole, non importava, a chi fregava niente se la tassidermia era l’arte di preparare e conservare la pelle degli animali, l’unica cosa importante è che suonava bene, come una marcia nuziale suonata ad un funerale. Nascevano così presunte società di esperti che elargivano certificati, certificati incredibili di discipline impensabili al punto che spesso erano inesistenti. Ero stato contagiato, in realtà stavo seguendo anche io un corso. Precisamente “tanatologia, fenomeni cadaverici e la tanatologia psicologica”. Durante la prima lezione durata un ora l’unica cosa degna di nota fu l’etimologia della parola cadavere, termine che deriva dal latino cadaver, utilizzato in realtà sotto forma di acronimo sulle tombe senza nome dei primi Cristiani come ca. da. ver. o meglio caro data vermibus e precisamente carne data in pasto ai vermi. Finalmente la cameriera versò la salsa di soia e contemporaneamente servì il mio sashimi misto. Osservavo le sue mani, bianche, così candide da sembrare prive di vita, vistosamente bassa e con le gambe storte. L’allarme del forno a microonde squillò, è solo in quel momento che mi resi conto di essere a casa. Non c’era nessun sushi bar, nessuna cameriera, niente di niente. Mi capitava sempre più spesso di estraniarmi dalla realtà, distogliermi, distrarmi in maniera totale, completa. Spesso tutto ciò che immaginavo sembrava così vero da impossessarsi di me al punto tale che con il tempo quelle divagazioni mentali si erano trasformati in ricordi di vita vissuta. Niente sushi né tantomeno la cameriera giapponese, ricordai di aver comperato un insalata di olive e tonno già condita, del pollo fritto e un paio di buste di pop-corn, di quelle che si espandono una volta messe nel forno. Avevo la nausea, ero stanco, leggermente brillo. Avevo bevuto due bicchieri di vino rosso, tre Campari ed una birra. Attraversai il salone, entrai in cucina, tirai fuori dal forno il pollo e i pop-corn e ci riempii una zuppiera non curante di averli mischiati. Tornai in salone, accessi una sigaretta aspirando consapevole dei danni a cui andavo incontro, presi un posacenere, ci poggiai la sigaretta accesa. Ero solo, andai in camera da letto, aprii l’armadio, indossai uno degli abiti di sartoria che possedevo, una cravatta di Marinella. Tornai in salone, mi osservai allo specchio, ero pronto; potevo cominciare il mio spettacolo. Seduto al pianoforte cominciai ad accarezzarlo e trasportato dalle note lo colpivo violentemente, con la sigaretta bloccata tra le dita cominciai a suonare e cantare a squarciagola RV dei Faith No More “Backside melts into a sofa My world, my TV, and my food… I hate you Talking to myself Everibody’s starin’ at me I’m only bleedin’”. Il mio secondo pezzo recitava ”Mamma son tanto felice, perché ritorno da te”. Accesi una sigaretta, urinai, uscii. Frequentavo una donna da circa sei mesi, la nostra è la classica May-December Romance. Lei 46 anni io 27. Indossavo un cappotto Daniele Alessandrini, un Borsalino del mio bisnonno, uno di quelli prodotti dalle mani di Giuseppe Borsalino, per la precisione un Borsalino del 1888 uno dei 110.000 pezzi usciti dalle mani del più abile cappellaio di tutti i tempi in quell’anno. Un ragazzo di origine Indiane stava chiudendo il suo minimarket mentre velocemente un via vai frenetico di gente transitava dinanzi la serranda. Chissà mia madre cosa avrebbe pensato se fossi nato gay? Metterei alla gogna gli psicologi che ancora cercano di curare l’omosessualità. Dovevo raggiungere Geli, è così che si chiamava la mia donna. Dovevo raggiungerla a teatro. Geli Raubal era una violinista, l’avevo conosciuta un mercoledì sera al supermercato.
“Anche lei mangia gli edamame?” Geli mi rivolse così per la prima volta la parola.
“Si! Ad essere sincero, li compro da quando mi sono trasferito in città.” Entrambi non avevamo un inglese perfetto ed entrambi ci portavamo dietro il nostro accento.
“E’ italiano?”
“Si.” risposi con un filo di voce. Geli Raubal era una donna affascinante molto più grande e da subito suscitò in me una strana sensazione di disagio. Bionda, alta più della media, per riportare un dato preciso era alta 3 scaffali e mezzo di un supermercato inglese.
I seni prosperosi e ballonzolanti cercavano di farsi largo tra le maglie di tessuto del suo maglione. Aveva un’espressione autoritaria ma simpatica, credo che questa le fosse attribuita dal naso aquilino presente sulla sua faccia.

“E lei di dov’è?” Chiesi in modo da dire qualche cosa anche se dall’accento avevo compreso da subito che Geli fosse tedesca.

“Sono nata a Berlino, ho vissuto a Vienna prima e a Praga poi. Vivo a Londra da circa tre anni.”
In fila aspettavamo entrambi il nostro turno per pagare. I volti del customer service del Sainsbury, apparivano ancora oggi nella mia mente. Una donna bionda, bassina, capelli sempre tirati all’indietro, un uomo etiope magrissimo, sempre con una sigaretta pronta per essere fumata tra le dita. Un ragazzo pakistano che mi consigliava ogni qual volta giugevo alla cassa di comprare un tipo d’acqua al posto di un’altra, “due bottiglie una sterlina” mi diceva “E’ solo acqua, signore, perché spendere di più”. In effetti avevo trascorso molto tempo in quel Sainsbury, venti minuti al giorno per 2 anni, 14600 minuti della mia vita. Geli pagò si voltò mi sorrise. La rividi parecchio tempo dopo.
Arrivai al Soho Teathre, 21 Dean Street W1D 3NE London. Gettai via la mia ultima sigaretta ed entrai. Geli e il suo gruppo “Gli Apolidi” mettevano in scena una forma teatrale giapponese molto antica, il Kabuki. In realtà la stessa Geli Raubal mi aveva spiegato che il loro era un adattamento moderno di questa antica forma d’arte nipponica. Nei primi tempi per ragioni morali le parti femminili venivano rappresentate da uomini chiamati onnagata. Gli Apolidi miscelavano al Kabuki i movimenti classici delle marionette giganti del Bunraku, movimenti netti, discreti, quasi legnosi ma allo stesso tempo armonici e sensuali. La rappresentazione era accompagnata da musica classica che si alternava con violenti balzi tra l’emo e il post rock. Come la tradizione voleva veniva raccontata minuziosamente un avvenimento drammatico, un fatto di sangue realmente successo. Le parti ricoperte dagli onnagata tre in tutto lo spettacolo furono affidate a due transessuali. L’impatto emotivo del racconto era immenso in quanto il ruolo dell’uomo mutilato e torturato era rappresentato da Gerrard un signore di 42 anni privo di tutti e quattro gli arti. Trasportato dalla musica dei Portished guardavo in maniera ossessiva Geli districarsi con il suo violino. Scalza, con una canotta ed un jeans si muoveva a scatti come un proiettore di diapositive. Il mio corpo, le mie sensazioni sino a materializzarsi nei miei occhi erano il rivelatore, il palco e gli attori il copulante cromogeno. Aveva ricoperto con un grosso tatuaggio Maori tutto il suo braccio destro. La sua sensualità schizzava fuori da ogni poro della sua pelle. Volevo salire sul palco e rapirla. Lasciò il palco. In quel momento il sangue riprodotto in scena, mi trasportò lontano da quel teatro.
Cominciai a divagare. Ero a lavoro e come se fossi lo spettatore di me stesso cominciai ad analizzare la mia rappresentazione. Facevo un lavoro terribile, noioso e di una violenza brutale mi sentivo come un soldato della Waffen-SS divisione 3ª Panzerdivision Totenkopf, il loro motto mi rimbombava nel cervello: “Portiamo un teschio come simbolo per due motivi, per dire al nemico che non abbiamo paura della morte e per preannunciargli la sorte che lo attende.” Indossavo la mia divisa e facevo il controllo sui polli da portare al macello. Li imbottivamo di ormoni, stipati in dieci per gabbia; nascevano per morire dopo un massimo di settanta giorni. Lavoravo in questa batteria da 9 mesi. Il mio caporeparto era cresciuto in quel maledetto posto, era un perfetto esempio di Kapò, un povero prigioniero come me illuso di una stupida posizione di comando, eppure non mostrava nessuna forma di pietà verso delle povere bestie costrette a nascere per non vivere. Immaginavo a come sarebbe stata la mia vita se fossi riuscito a realizzare il mio sogno. Ero un designer, un designer di loculi per essere preciso. Lo spettacolo si era concluso, le mani dei presenti applaudivano mentre la mia mente faceva lentamente ritorno in sala, incrociai con lo sguardo Geli, le mandai un bacio. Ogni secondo muoiono 1,7 persone, 102 al minuto, 6.120 in un’ora, 146880 al giorno, 4.406.400 al mese e 52.876.800 all’anno. Erano morte circa 10.000 persone in quell’ora e mezza di spettacolo e nessuno di loro aveva avuto bisogno di un designer di loculi.

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  1. Qui, più che in altri tuoi pezzi, ho sentito la tua scrittura “metropolitana”, underground, sotterranea appunto, nel senso che scava e riporta in superficie ciò che normalmente resta in secondo piano o sommerso.
    La città (che può essere Londra, piuttosto che Tokio o Milano) con i suoi ritmi frenetici, con le sue nicchie di supermercati e locali in cui si mescola la varia umanità, con le sue idiosincrasie ed i suoi punti nevralgici…
    Nei tuoi scritti la città è spesso usata, non solo come sfondo, ma diviene protagonista essa stessa, insieme ai personaggi che in essa si muovono.
    Sarà per quel tuo modo accurato e minuzioso di descrivere l’ambiente circostante, che sembra quasi di assaggiarlo quel sushi, o di camminare ai margini di quelle strade dal traffico impazzito, di respirarla quell’aria rarefatta, che a tratti ti fa sentire a casa, a tratti estraneo persino a te stesso.
    “Gli Apolidi”: curioso il nome che hai scelto per il gruppo di Geli, ma forse neanche tanto casuale…


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