Virgilio Panarese

La fortuna non esiste è un invenzione dei poveri e dei perdenti…

Incognita Impazzita

lascia un commento »

Incognita Impazzita - Virgilio Panarese

Incognita Impazzita

La prima volta che ho visto un morto ammazzato avevo 21 anni. Una gamba nuda spuntava fuori da alcuni sacchetti di spazzatura. Una discarica nel Beneventano, una di quelle nuove che avevano aperto per attenuare la crisi della spazzatura a Napoli. Il colore della pelle aveva cambiato aspetto, era verdognolo, bluastro o forse nero non lo ricordo più. Buttare un cadavere in una discarica era un buon modo per isolare la puzza di morte. Dalla gamba capii che si trattava di una donna. Le unghie dei piedi erano state curate molto in vita, così come i capelli. Riuscii a vedere i suoi capezzoli in decomposizione quando uno dei due uomini che mi accompagnava con un movimento netto del piede rigirò quel pezzo di carne inerme. L’avevano denudata completamente prima di spararle un colpo in fronte. Non ero un medico legale ma spero che il colpo inflittole ai genitali fosse stato solo un atto di sfregio ad un corpo già morto. Non riuscii a trattenere le lacrime. E alla seconda lacrima tutto il mio corpo cercò di trovare il modo di esprimere il suo orrore. Cominciai ad avere dei colati di vomito incontrollati. Mi voltai, provai a fermarmi. Sbarrai gli occhi e muovendo leggermente la testa verso l’alto guardai il cielo stellato. Non vedevo un cielo così da anni. In città le luci impediscono quella splendida visione. Come una lucciola, si accendeva e spegneva ad intermittenza la corona di stelle che ricopriva la testa della madonna. Una statuetta di plastica di quelle classiche, vestito bianco e celeste. Qualcuno l’aveva buttata via da poco e le pile oramai scariche cercavano di tenerla disperatamente in vita.

Gli occhi si aprirono lentamente. Un atroce dolore percorreva la mia colonna vertebrale sino ad arrivare alla base del collo. Fitte, spasmi colpivano punti non precisi all’interno della mia scatola cranica. Ero così confuso che non riuscivo a mettere a fuoco bene l’ambiente che mi circondava. Girai il collo verso sinistra, la sveglia sul comodino lampeggiava e indicava le 5:40. Con un movimento brusco spazzai via le coperte dal corpo e solo in quel momento mi resi conto di essere completamente nudo. Un brivido, un gelo polare era presente nella stanza. Avevo della panna cosparsa sul torace, un puzzo di latte avariato riempiva le mura del mio appartamento. Mi alzai dal letto. Mi voltai, avevo le mani cosparse di panna, l’odore, acre, pungente simile a quello del rigurgito di un neonato, mi procurò tre conati di vomito. Vomitai in terra, parte sul comodino, sulla sveglia. Accesi la luce e vidi il corpo di una donna stesa di fianco. Nuda, mi dava le spalle, il sedere rotondo e parecchio pronunciato. La pelle liscia. Non c’era peluria, né tanto meno nei, un’unica imperfezione proveniva da una piccola cicatrice al di sotto del gluteo sinistro. Una cicatrice procurata probabilmente dalla varicella contratta in età adulta. Alzai lentamente le coperte per sbirciare quel corpo nudo, cercai di indagare per capire chi fosse, percorrendo le curve prodotte da quel pezzo di carne, che scandiva di tanto intanto un respiro faticoso seguito da un rantolo rauco. La pianta dei piedi era piena di piccole piegature e le dita affusolate e rannicchiate rendevano omaggio ad una caviglia sottile e ad un collo del piede armonico. C’era una proporzione divina in quei piedi e anche non ricordando nulla di chi potesse essere quella ragazza, capii perché stava in casa mia. Sceglievo la donna da portarmi al letto guardandole i piedi e le mani, non mi interessava se fosse stata bella o brutta. L’unica cosa che doveva avere erano dei bei piedi e delle belle mani. Erano sempre stati il mio ossesso, le parti anatomiche più difficili da riprodurre, da disegnare, da scolpire. C’era qualcosa che la natura aveva donato a quelle donne, qualcosa che le altre non avrebbero mai potuto avere. Quella proporzione. Ero ossessionato e decidevo in base a questo particolare per nulla irrilevante con chi trascorrere la notte. Continuai la mia ricerca, osservavo ogni singola parte di quel corpo, le mie dita fluttuavano nella aria, alle volte sfiorandole la pelle. Notai che tra le due ginocchia c’era panna ovunque. Le lenzuola erano impregnate. I capelli lisci, neri, spessi. Avrei voluta vederla in volto ma in fondo non mi interessava realmente. Cominciavo a sentire dolore anche nelle tempie. Mi alzai e con fierezza mi fissavo allo specchio. Nudo e con il pene penzolante, accessi una sigaretta. Avevo la pelle d’oca un po’ per il freddo e un po’ perché ero completamente disidratato. Mio fratello parecchi anni prima mi aveva consigliato di bere una coca cola per riprendersi da una sbronza. All’inizio funziona, dopo un po’ si comincia ad avere assuefazione anche per quello.
Andai in bagno e come adoravo fare sin da bambino urinai nel lavandino. Parlavo spesso da solo, semplice conseguenza della mia solitudine e questo non faceva che aumentare il mio desiderio di dormire diminuendo però la forza di farlo. Mi svegliavo all’alba e mi addormentavo a notte fonda. Dormivo in media dalle 3 alle 4 ore a notte. L’acqua fuoriusciva violentemente dal bocchettone della doccia. Non riuscivo a rimuovere le immagini di circa un anno prima. Entravano senza bussare e trapassavano il mio cervello violentandolo come una trivella fa con il terreno alla ricerca del petrolio. La sera del 13 giugno 2007 prima di uscire avevo chiesto che mi fosse portata una pezzogna, una spigola fresca da cuocere all’acqua pazza e chiesi un sutè di vongole e cozze. Avevo tre camere con vista sul golfo a via Manzoni all’altezza dei giardinetti, all’incrocio tra via Manzoni stessa e viale Orazio per essere precisi. Prima di cenare chiesi a Maria Teresa di tagliarmi la barba e rasare i capelli. Non andavo dal barbiere ero ipocondriaco, avevo ogni tipo di fobia, ero convinto di beccarmi l’epatite se solo avesse avvicinato un paio di forbici alla mia testa. Maria Teresa era la mia governante. Penso potesse avere su per giù 32 anni. La pagavo 1000 euro per tagliere i miei capelli in topless, era un ossessione volevo scorgere qua e là nello specchio dinanzi a me i suoi seni. Non ho mai avuto nessun tipo di relazione sessuale con Maria Teresa il nostro era un semplice rapporto datore di lavoro-impiegato e anche altamente professionale. Io mi limitavo a guardare e lei si limitava a tagliere i capelli. Non l’ho mai sfiorata né tanto meno fatto apprezzamenti sui suoi seni, piccoli e compatti come zucche cresciute prive di nutrimenti e bloccate nel momento di diventare mature per essere colte. Maria Teresa andò via dopo aver cucinato. Mangiai in terrazza, presi un caffè corretto con del anice e fumai due sigarette. Fumavo sempre metà della prima e tutta la seconda. Ero nato con un proiettile tra i denti e la pistola al posto del ciucciotto. Mio padre era stato affiliato della Camorra per anni. Fu ucciso facendo da scudo al Boss; morì a 32 anni. Non avevo nessun ricordo di lui. Accettai un lavoro, uno di quelli grossi, duri, pesanti da digerire come un chilo di peperoni fritti e rifritti in olio bruciato. Un politico, ubriaco, strafatto, cotto come un uovo sodo, aveva prima violentato, picchiato, sfigurato una giovane donna e poi sulla strada del ritorno a casa aveva investito due persone senza fermarsi. Tutto questo era accaduto poche ore prima. Il politico in questione era un pezzo grosso. Il gioco degli scacchi mi aveva insegnato che è meglio perdere un pedone che una torre, meglio un alfiere che la regina. Le elezioni erano vicine e tre o quattro anni di galera con un giudice accondiscendente si potevano trasformare facilmente in due. Accettai di sostituire il ministro in questione, ma prima dovevo sistemare la ragazza. Le sparai un colpo i fronte. Pulimmo l’appartamento. Il corpo sparì in un paio d’ore digerito nello stomaco di un paio di maiali. Ero un Camorrista, avevo scalato velocemente la salita verso il gradino più alto. Il ministro mi aiutò e diventai Boss a 27 anni. Ma la mia ossessione per i corpi femminili fu fatale.
Un anno prima, una notte avevo portato con me una giovane donna, poteva avere su per giù 21-22 anni. Era una tipa sveglia. Io non facevo uso di droghe, nessun tipo eccetto per l’alcol e le sigarette. Lei si tirò così tanta romba da imbottirsi come una melanzana ripiena. Usammo vibratore, dildo sex-toys di ogni genere e dimensione. La mattina quando mi svegliai la trovai morta. Morta dissanguata, una pozza di sangue che aveva raggiunto il mio corpo, un sangue già oramai marcio, secco e annerito. L’odore stava riempiendo tutta la stanza. Era morta dissanguata in quanto uno di quei giochetti le aveva prima perforato e poi portato fuori l’ampolla rettale. La feci sparire in un paio di ore. Era trascorso un anno e il ricordo di quello che avevo fatto non mi lasciava solo nemmeno per andare in bagno. Il volto di quella donna compariva sulle pareti di fronte alla mia faccia, sui cartelloni pubblicitari, nell’acqua della tazza del bagno. Avevo commesso una quantità infinita di reali ma quello fu l’unica che mi creò rimorso e che segno la mia fine.
Non so come ma il fratello di quella giovane donna scoprì che ero stato io a farla sparire. La famiglia avevo fatto denuncia di scomparsa non poteva sapere cosa fosse successo eppure quella sera tornai a casa mi stesi sul mio divano di alcantara, accesi una sigaretta e poi con il telecomando la luce del salone. Dinanzi a me c’era un giovane tremante, impugnava una pistola. Le braccia si muovevano violentemente come se fosse stato colpito dal morbo di Parkinson. Un proiettile da solo è un pezzo di metallo inutile, una pistola senza un proiettile e un mezzo di metallo più grosso ma la loro unione la loro sinergia fa paura anche ad un boss. Cominciai a tremare. La musica cominciò ad uscire dai coni del mio stereo . Why me Lord – Johhny Cash. Durante tutta la durata del pezzo il ragazzo mi fissava, io lo guardavo fisso senza pronunciare una parola.

“Why me Lord, what have I ever done
To deserve even one Of the pleasures I’ve known
Tell me Lord, what did I ever do
That was worth loving you
Or the kindness you’ve shown.

Lord help me Jesus, I’ve wasted it so
Help me Jesus
I know what I am
Now that I know that I’ve need you so
Help me Jesus, my soul’s in your hand.

Tell me Lord, if you think there’s a way I can try to repay
All I’ve taken from you
Maybe Lord, I can show someone else
What I’ve been through myself
On my way back to you.

Lord help me Jesus, I’ve wasted it so
Help me Jesus
I know what I am
Now that I know that I’ve need you so
Help me Jesus, my soul’s in your hand.”

L’ultima cosa che vidi fu l’indice premere il grilletto. Buio.

Written by virgiliopanarese

Luglio 7, 2009 a 10:09 pm

Lascia un commento